Una storia di design.

C’era una volta una ragazzina che aveva finito la maturità: voleva diventare progettista, o designer, come fa figo dirlo oggi, ma aveva paura. Aveva tanta paura di non essere all’altezza di tutto quello che si prospettava e quindi decise che avrebbe prima passato un po’ di tempo tra la matematica finanziaria, mastrini e altre cose economiche. Solo che questo mondo dell’economia le stava tanto stretto e pure un po’ antipatico, come un po’ a tutti in questi giorni. Tornava a casa da lezione e preferiva starsene con gli occhi puntati sui libri di Munari e meravigliarsi di tutto quello che contenevano, piuttosto che mettersi lì a fare esercizi di fatture e conti.

Una sera di dicembre, però, la ragazzina dovette fare i conti con quello che stava facendo e quello che effettivamente voleva fare: aveva di fronte a sè tre maestose colonne con luci cangianti che andavano su e giù su un palco e pensava che probabilmente quei marchingegni potessero rientrare nella categoria delle cose che lei avrebbe voluto fare da grande. Da quel momento in poi prese atto della situazione e, non volendosi più prendere in giro, e non volendo più prendere in giro i propri genitori che continuavano a investire denaro su una formazione che palesemente non corrispondeva a quello che avrebbe potuto fare, lasciò tutto quello che era stato fino a quel momento.

Nei mesi successivi la ragazzina passò il tempo a studiare autonomamente elementi utili per la sua auspicata futura formazione. Partecipò a concorsi e nella maggior parte dei casi ebbe un feedback positivo, nonostante i lavori fossero davvero idee e soluzioni di una principiante. Nonostante ciò, continuava a non sentirsi all’altezza.  Arrivò il momento in cui vinse le borse di studio: tuttavia, non potendo permettersi di pagare il resto delle quote di iscrizione e dei corsi dovette rinunciare, per affidare orgogliosamente la propria formazione all’università pubblica.

Che poi uno dice “università pubblica” e pensa subito al fatto che le università pubbliche non funzionino poi così bene: eppure ogni tanto sui giornali sbucano queste favolose classifiche che illustrano quali università italiane funzionano meglio e preparano meglio gli studenti. Per non parlare delle favolose classifiche internazionali in cui compare sempre qualche ILLUSTRE politecnico del nord Italia.

Beh, diciamocela tutta: un certo politecnico funziona, ma funziona solo nel momento in cui si parla di ingegneria ed architettura, forse.  Oppure quando si tratta di fare cerimonie e di mangiare. Quando invece si parla di design tutto va a rotoli.

La ragazzina, comunque, riuscì ad entrare in questo corso di laurea e nulla poteva fermarla: era felice come non lo era mai stata prima e si sentiva pronta ad affrontare tutto: insonnia, cibo quando va di lusso, orari devastanti e tutto.

MA. C’è un ma. La ragazzina però, per quanto potesse essere stakanovista e felice della propria decisione dovette fare i conti con aspirati designers che si trovavano lì per palese caso,all’epoca. E credo si ricorderà per tutta la vita l’imbarazzante scena del primo giorno di corsi in cui il referente del corso chiese ai novelli studenti cosa fosse il design e, quelli interpellati, non sapevano spiegare cosa fosse e come motivazione della scelta citavano la famosa frase “perchè mi piace disegnare”. Quella frase fu talmente traumatica che la ragazzina capì subito che forse non sarebbe stato tutto come aveva immaginato.

I mesi passarono, la ragazza iniziò a dormire sempre meno, uscire di casa al mattino per rincasare la sera tardi,  iniziò ad essere molto agitata, nervosa, impossibilitata alla concentrazione e iniziò ad aver paura di non farcela e di non riuscire a saper dimostrare ciò che sapeva fare.

Rinunciò a tutto: amici, uscite, vacanze, riposo, tutto: le importava unicamente farcela.
Fu così che la sera del 31 dicembre, anzichè riposarsi o passando il tempo con gli amici per restare a casa a preparare il lavoro per l’esame, mentre le compagne di gruppo che avrebbero dovuto aiutarla si erano volatilizzate nelle loro vacanze, dicendo chiaramente alla ragazza in questione che loro dovevano farsi le loro vacanze e che, implicitamente, lei, essendo l’unica a casa, doveva lavorare anche per loro. E fu così che la notte di capodanno la ragazza finì con lo sputare sangue e in crisi psicofisica da esaurimento nervoso.

Non fu nè la prima nè l’ultima crisi che ebbe.
L’ultima volta che l’attacco di panico si impossessò di lei si trovava in treno e da lì in poi tutto fu in inesorabile discesa: depressione, fobie multiple e isolamento in casa per molto tempo.

La ragazza però voleva riprendersi e tornare a pieno ritmo in quel luogo tanto amato e tanto odiato, che, in quel periodo, le aveva causato tanta sofferenza.

E proprio sul finire della sessione di settembre che giunse alla ragazza e ai suoi compagni una comunicazione che le fece cadere qualsiasi certezza:

“In occasione dell’apertura delle procedure per il caricamento dei corsi del 2° anno, ci preme comunicarvi che i Laboratori didattici del 2° periodo didattico (Exhibit Design e Communication Design) sono organizzati per un numero massimo di 100 studenti ciascuno.

In caso di esubero di iscrizioni su uno dei due Laboratori, l’attribuzione degli stessi avverrà per graduatoria di merito: ossia, oltre al possesso dei requisiti minimi per l’iscrizione al 2° anno (avere superato le discipline sbarramento e conseguito i 24 crediti alla sessione di settembre), la media ponderata degli esami superati.

La scelta del Laboratorio del 2° anno avrà il valore di scelta di Indirizzo di Laurea (Design di Prodotto oppure Design Grafico e Virtuale) e comporterà al 3° anno, 2° periodo didattico, la prosecuzione nel Laboratorio di Indirizzo scelto o assegnato.”

Pensate solo a quegli stronzi che si stanno facendo la media alta grazie allo sfruttamento delle persone serie, volenterose, che devono sacrificare il lavoro individuale e la salute per concludere in tempo i lavori di gruppo, regalando a questi maledetti fancazzisti un voto che non meritano e per di più si vedranno il posto soffiato da gente che non sa manco cosa sia il design o la differenza tra grafica e prodotto.

Permettete che quella ragazza sia incazzata nera e abbia perso tutto l’entusiasmo, la forza, e la voglia di fare bene che aveva giusto un anno fa?

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Una risposta a Una storia di design.

  1. Eli ha detto:

    parlo anch’io da “ragazzina di design”, per altro al tanto temuto politecnico, che in realtà non poi così tanto male, anche per quanto riguarda il nostro settore.
    riguardo i lavori di gruppo, purtroppo si sa che è così e così sarà sempre..bisogna scegliersi i compagni giusti e smazzarsi in ogni caso taaanto tanto lavoro e taaante notti insonni, è il nostro destino. come è nostro destino incazzarci per tutti quegli “adorabili leccaculo” che riescono sempra a passare e a ottenere ogni cosa, nonostante i loro meriti reali siano pari a 0.
    facciamoci forza!

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